Due gocce di limone, come Chanel n°5

mimosa

La si riconosce per le sue foglie nelle foglie, cioè foglie formate da altre foglioline, di colore verde opaco quasi argenteo, e da fiori a grappolo di un giallo intenso dal profumo inconfondibile.

Da più di mezzo secolo è il simbolo della Festa della Donna. L’8 di Marzo tutto si tinge di giallo, per le strade i venditori traboccano di mazzolini di mimosa, i fiorai assemblano mazzetti in modalità catena di montaggio, in ogni ristorante, bar, parrucchiere, persino nei supermercati la mimosa è protagonista. Tutti sappiamo perché festeggiamo la donna l’8 di marzo, ma perché questa festa sia stata associata alla mimosa, lo sappiamo? Eppure non è l’unico fiore presente in questo periodo, e allora perché lo si è scelto?

Tre donne forti, tre donne partigiane, tre donne iscritte all’Udi (Unione donne italiane) nel 1946 proposero di adottare questo fiore come simbolo della Festa della Donna. Rita Montagnana, Teresa Noce e Teresa Mattei, due torinesi e una genovese, misero ai voti la proposta che fu votata all’unanimità dall’Udi, e che vinse sul fiore di anemone e sul garofano. Vinse il fiore che meglio rappresentava la figura della donna, come venne poi specificato: il fiore che riesce a crescere, nonostante la sua apparente fragilità, anche su terreni difficili.

E a questo punto tutto cambia, accidenti, eccome se cambia. Osserviamo bene una pianta di mimosa: Acacia Dealbata è la varietà più comune e quella utilizzata per i famosi mazzolini. Ha una crescita veloce, rispetto ad altre piante, è vigorosa e sempre generosa nella fioritura. Mi fermassi qui, avremmo già descritto sufficientemente bene la figura della donna, con tre caratteristiche e tre analogie. Ma andrò avanti: fa parte delle specie vegetali definite pioniere, e cioè quelle specie che riescono a insediarsi per prime su terreni di recente formazione, come quelli derivati da frane o colate laviche, dune costiere o terreni in cui la vegetazione sia stata distrutta da incendi. Questa tipologia di piante modifica il terreno rendendolo più adatto all’insediamento di altre specie. Cioè, ricapitolando, si insediano per prime in terreni impossibili, portando quindi la vita. E poi, modificano il terreno e lo rendono fertile per lo sviluppo di nuove specie, tradotto, creano le condizioni necessarie affinché la vita possa svilupparsi. No, dico, può bastare? Ma aggiungo un’altra curiosità: altre specie di piante pioniere sono ad esempio l’erica, la felce, la betulla. Non sono forse tutte piante femminili? Ma certo che lo sono. Pensateci bene! Ogni qualvolta vado in un bosco e scorgo un gruppo di betulle mi par di vedere un gruppo di amiche ridanciane. In inverno poi la corteccia bianca si illumina come carnagione candida, e l’elegante sinuosità dei suoi rami si distingue dalla mascolinità muscolare dei tronchi di un noce ad esempio. E’ evidente.

Piante pioniere come forti e coraggiose donne che meritano sempre, in ogni giorno dell’anno, di essere ringraziate con un gesto gentile, con una carezza, con un fiore. Donne forti come la mimosa, generose come la sua fioritura, intense come il suo profumo, delicate come le sue fronde e incredibilmente determinate come solo la mimosa sa essere. Viva le donne, non solo un giorno all’anno, Viva sempre.

E per mantenere i rametti e farli durare più a lungo? Rametti ben puliti da foglie secche, una bella incisione obliqua, abbondante acqua fresca con due gocce di limone, come fosse Chanel n°5, e come è giusto che sia!

Leggi l’articolo su La Stampa Torino

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