La pianta di Leòn

helleboro

Little Italy, New York. Leòn, un sicario italo-americano, vive da solo conducendo un’esistenza quasi maniacale dedita esclusivamente al mestiere di killer e apparentemente priva di qualsiasi emozione;

uniche eccezioni a questa apatia sono le amorevoli cure che riserva a una pianta in vaso, che afferma di sentire simile a sé perché altrettanto priva di radici (…)”

Leggendo, tempo fa, questa recensione di Leòn, film diretto da Luc Besson del ‘94, qualcosa ha risuonato nella mia mente come campanelli tibetani. Qual è il senso di questa pianta per Leòn? Sarà forse che la pianta non può fargli domande imbarazzanti a cui non saper trovare risposte? Sarà che non ha radici, come sostiene lui, solo perché è in un vaso e non la vede ancorata al terreno? Sarà perché è una Calathea, e quindi gli regala compagnia con il lieve tic-tac delle foglie che di tanto in tanto scattano cambiando posizione? O sarà forse che ognuno di noi, Leòn compreso, può guardare oltre e trovare nella sua pianta uno spazio di comunicazione non verbale, basato sul legame che esiste tra uomo e natura.

Ogni paradiso è rappresentato da piante e fiori, non solo perché hanno colori intensi, ma anche perché sono legati alle stagioni, al rifiorire della vita, all’amore. Amore che trapela anche dal cinico sicario, uomo di ghiaccio, un cecchino che non può privarsi della sua piantina.

Come una coppia di innamorati, che, acquistando la loro prima pianta, decisero di chiamarla Medusa, il cui significato è protettrice e guardiana, e che, nella mitologia greca era una delle tre Gorgoni che avevano il potere di pietrificare chiunque avesse incrociato il loro sguardo.

Si trattava di una Tradescantia (più comunemente chiamata miseria), e il suo aspetto scompigliato ricordava loro la famosa immagine della testa ricoperta da serpenti. “L’abbiamo messa all’ingresso, vicino alla porta”, mi dissero, “perché possa sbarrare l’accesso alle energie negative e pietrificarle.” Una coppia, una pianta, un significato, un legame. Ogni pianta, a ben vedere, ha una sua storia e un suo messaggio e, con il Natale alle porte, voglio parlarvi dell’Helleboro.

Da anni, ormai, si attribuisce all’Helleboro il ruolo di protagonista del Natale. La sua fioritura, infatti, esplode in questo periodo (con una forzatura di coltivazione), anticipando di circa un paio di mesi il suo naturale ciclo, che vede lo sbocciare dei suoi fiori da gennaio a marzo. Quasi fosse un Bucaneve, o forse proprio un suo alleato e complice, nel rompere il manto di neve ghiacciata per ergersi, in tutto il suo splendore, ai tiepidi raggi solari di inizio anno.

Comunemente chiamata “rosa di Natale”, è una pianta perenne e da esterno. Sul davanzale, nelle fioriere o in una ciotola tonda sul terrazzo sarà felice e vi ricorderà che il bianco Natale sta per giungere.

Ho scoperto che, nell’antica Grecia, era considerata quasi miracolosa per le sue proprietà medicinali ed in grado di curare la pazzia. Nella tradizione popolare contadina, invece, la presenza dell’Helleboro nei campi assumeva una funzione profetica per l’andamento del raccolto, e in India la si brucia accanto al letto delle partorienti affinché lo spirito degli dei entri nella mente del neonato e il parto diventi più veloce. Uomo e natura in un legame indissolubile.

L’Helleboro predilige un’esposizione prevalentemente ombreggiata e necessita di un terreno ricco e con un buon drenaggio; va concimata una volta in estate e una volta all’inizio della stagione invernale e non richiede altre particolari cure.

Infine, datele un nome. Vi risponderà!

Buon Natale!

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