Terra

terriccio-per-i-peperoncini-piccanti

19 Aprile 2019

Questa settimana non vi parlerò di fiori e nemmeno di qualche strana pianta. Non vi parlerò di miti o leggende di un arbusto o di un albero, e nemmeno di foglie, petali, corolle e pistilli.

Questa settimana non vi parlerò del verde che fuoriesce dalla terra, ma nemmeno di ciò che nella terra si ramifica, come le radici, anche se ce ne sarebbe davvero tanto da raccontare sulle radici. Insomma, non vi parlerò di ciò che sta sopra alla terra e nemmeno di ciò che sta sotto, e nella terra si espande. Di cosa vi parlerò allora? Terra, questa settimana vi parlerò di terra.

Terra, suolo, substrato, terriccio. Modi differenti di definire un habitat nel quale vivere, svilupparsi e moltiplicarsi. Terra come quella nera, ricca di elementi e lombrichi, quella perfetta per coltivare ortaggi buonissimi. Oppure terra polverosa, apparentemente arida, sali minerali e poco altro ma ottima per accogliere cactacee e succulente che si svilupperanno fino a raggiungere dimensioni significative. E poi terra soffice e leggera, terra che è un insieme di corteccia e rami in decomposizione, terra color marrone che profuma di foresta, terra che è spazio fertile per piante tropicali dai fiori enormi e coloratissimi, ma anche per le grandi felci amazzoniche dalle enormi foglie che sono ventagli di benessere, veri e propri climatizzatori naturali, senza filo e batterie. Terra che dà e che prende, terra argillosa, fitta e compatta che trattiene, e terra soffice di pomice drenante, che rilascia. Terra che diventa fango e ti blocca per i piedi e poi si secca sulle scarpe e te la porti ovunque, lontano.

Terra come un grande foglio bianco sul quale imprimere le nostre tante storie. Terra da scrivere con le impronte che raccontano un passaggio, una storia, una vita. Restare, andare, ritornare, ripartire, fermarsi, mettere radici, alimentarsi, crescere, fare comunità, e poi chissà, forse ripartire ancora. Tutto segnato lì, sulla terra. La terra urlata dal marinaio che la intravede da lontano dopo giorni di navigazione e fatiche. La terra che è tonda ma schiacciata sui poli, o forse che è piatta e prima o poi finisce e rischi di cadere giù, chissà dove. Terra che ci metti le mani dentro, riconosci il profumo e ti senti subito un bambino che gioca, come quando la terra era un gioco.

Terra che anche se non si può ne mangiare e nemmeno bere ci nutre tutti, tutti quanti. Ricordiamocelo.

Leggi l’articolo su La Stampa Torino

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