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La Stampa Torino, rubrica

Cantami, o Peter Gabriel, l’ira funesta dell’urticante e vendicativa Panace

David Zonta, Torino

Questa settimana il virus ha fatto il proprio ingresso nel nostro paese, e di fatto sta cambiando le nostre abitudini quotidiane, infondendo paura e diffidenza nel prossimo. Insofferenza e odio verso la diversità, di pelle, di cultura e di religione, già li avevamo (questo si che è un virus maledetto), e ora pure il Coronavirus.
Oggi avevo programmato di continuare a parlarvi di alberi rappresentativi per le proprie nazioni, ma non posso ignorare ciò che ci sta accadendo intorno.

Incontrandoci ci si saluta senza darsi la mano, il bacio neanche a parlarne, e il baciamano è di un’altra epoca. Per motivi di sicurezza è meglio evitare il contatto e, in questo scenario che sa di fantascienza, oggi vi parlerò di qualcosa di molto simile che accade, però, nel mondo del verde. Vi parlerò di una pianta con la quale è consigliabile evitare il contatto, perché la sua linfa è talmente urticante da ustionare la pelle in modo permanente, e se entra in contatto con gli occhi può provocare una cecità temporanea che può diventare addirittura permanente.

Il suo nome botanico è Heracleum mantegazzianum, meglio nota come Panace di Mantegazza, in onore dell’amico antropologo dei due botanici, Levrier e Sommier, che la scoprirono. Proveniente dal Caucaso, venne introdotta in Europa come pianta ornamentale e oggi, in Italia, la si trova solo in Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria occidentale, Lombardia settentrionale, Veneto e Trentino. E non sto geolocalizzando il Virus.

Pianta che fiorisce una volta sola e poi muore, si diffonde però rapidissimamente e contiene in tutte le sue parti dei derivati furocumarinici, che sono i responsabili di queste pericolose reazioni a livello epidermico e non solo.

La Panace di Mantegazza ha foglie e rami simili al cardo, mentre i fiori, ombrelliformi, ricordano l’Achillea. Ma la cosa che mi diverte di più di questa pianta è l’immagine che i Genesis, storica band del rock progressivo britannico, le hanno dedicato nel brano scritto nel 1971, “The return of the giant Hogweed”. Giant Hogweed è appunto il nome inglese della Panace e, nella fantasia di Phil Collins e Peter Gabriel, veniva immaginata come il vendicatore nei confronti della razza umana rea di averla trapiantata in terre lontane per ragioni puramente decorative.

Un testo, quello di “The return of the giant Hogweed”, che è lo specchio della situazione attuale di una Natura che si ribella alle nefandezze umane, oggi con un Virus, e domani chissà, con la rivolta degli alberi.

Di David Zonta

Floral designer senza confini

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