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La Stampa Torino, rubrica

La bellezza di un prato imperfetto

David Zonta, Torino

E’ una domanda che mi viene posta di sovente in questa stagione. Camminando sui prati durante visite e consulenze, spesso mi vengono richiesti consigli su come debellare le malerbe nel prato.

Erbacce infestanti a foglia larga o a foglia stretta sono presenze indesiderate nei prati dei giardini privati, in quanto il pensiero comune di molti proprietari di giardini è che per avere un tappeto erboso invidiabile serve contenere ed eliminare lo sviluppo di piante infestanti e di muschio, “nemici della perfezione” del prato all’inglese. Ecco, ogni volta che ascolto questi pensieri, io barcollo. Non che io sia un integralista dell’effetto sauvage a tutti i costi, ma sul concetto di perfezione ho idee diverse. 

Percorrendo il prato curato del giardino, vedo fili d’erba ordinati e pettinati all’insù, stessa altezza, stessa piega, stessa inclinazione, stessa densità su tutta l’area. Non una sbavatura, un piccolo difetto, che ne so, un accento, o meglio ancora, una virgola fuori posto.

Poi mi metto in punta di piedi e guardo al di là del muro di cinta e vedo un prato spontaneo bellissimo, folto e variegato, con fiori di forme e colori diversi e con le farfalle che sembrano danzare e vengo inondato da una sensazione di felicità e allegria. Rivolgo lo sguardo al prato ben tenuto all’interno del muro e vedo invece un prato triste, annoiato e abbandonato dalla gran parte degli amici insetti che, in quanto amici, sono anche utili al prato. Per raggiungere l’ambita perfezione inglese, il prato viene periodicamente trattato con veleni letali alle malerbe, al muschio e alle erbacce infestanti a foglia larga, ma anche agli insetti, al terreno, alle falde acquifere, e ovviamente all’uomo.

Ritorno a guardare il prato libero oltre il muro, e lo osservo con attenzione. Quanta bellezza in quel potpourri di malerbe infestanti felici e libere di essere ciò che sono. Tarassaco dai fiori gialli alternati a Bellis, conosciuti con il nome di pratoline, ranuncoli e papaveri selvatici in ordine sparso, e poi ancora gruppi di Setaria glauca dalle alte e morbide spighe pettinate dal vento, che muovendosi in gruppo sembrano onde di risacca che si infrangono su di un tappeto di trifoglio felicemente colorato dai suoi fiori a pon pon color violetto. Tutt’intorno, una vitalità effervescente e ronzante di insetti indaffarati a nutrirsi di nettare e a fare festa. E mi chiedo dove stia la perfezione.

Da una parte un prato verde e ordinato all’interno del muro, dall’altra un prato vitale e gioiosamente rumoroso, ricco di colori e allegria portati da alcune di quelle malerbe altrove tanto combattute. Qual è il prato perfetto? Forse a loro modo lo sono entrambi, anche se personalmente penso non ci sia gara. Il mio personale concetto di perfezione lo ritrovo in un’armonica combinazione di piccole imperfezioni e non posso che essere attratto da un prato libero che vive piuttosto che da un prato depresso. 

La natura, in fondo, ci mostra ogni giorno il significato di perfezione. Un prato spontaneo ne è un esempio. Pensiamo anche solo al comunissimo Trifoglio. E’ un’erbacea che produce dei fiori che sono campioni mondiali di simpatia, ha tre foglie a forma di cuore e 1 su 10.000 ne produce quattro, l’ambitissimo quadrifoglio, simbolo mondiale di fortuna, altro che malerba.

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